Marketing Toys • Il nostro punto di vista, in gioco

Quando la facilitazione non è una tecnica (e perché i gruppi continuano a non funzionare)

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Nei percorsi di progettazione strategica che accompagniamo, la facilitazione è spesso una leva fondamentale per attivare l’intelligenza collettiva dei gruppi. Per questo abbiamo chiesto agli amici di Facilitabile di raccontare cosa significa davvero facilitare: non solo tecniche e strumenti, ma una vera e propria arte di creare partecipazione.

L’esperienza maturata in tanti anni e in diversi contesti ci fa dire che chi incontra la facilitazione se ne innamora.

L’energia derivante da un gruppo di lavoro che ha realmente lavorato insieme — persone che parlano e collaborano, idee che emergono — mostra grandi possibilità. Ed è ciò che tutti vorremmo nei nostri gruppi di lavoro, e non solo.

Per alcuni è facile pensare che basti un po’ di facilitazione per ottenere un risultato così. A volte sì, ma spesso non è sufficiente. La facilitazione è spesso vista come un insieme di attività e strumenti da utilizzare, nel peggiore dei casi come procedure o “ricette”. Ma non si deve dimenticare ciò che la sostiene: una o più persone che si prendono la responsabilità di ottenere quel tipo di risultato, di attivare l’intelligenza collettiva.

A noi piace dire che la facilitazione è l’arte di creare partecipazione.


Il rischio: quando la tecnica diventa un contenitore vuoto

Negli ultimi anni la facilitazione è diventata sempre più accessibile, anche grazie agli innumerevoli testi e alle tante informazioni che circolano online sul tema.

Anche noi di Facilitabile vogliamo contribuire, con il nostro podcast, i post e gli articoli che realizziamo. Anche noi siamo “il traffico”, per citare una metafora legata al mondo urbano.

Librerie di tecniche, canvas, format, framework… ormai sembra che basti decidere di facilitare e farlo.

Ma allora perché spesso il risultato non è buono? Cosa non funziona?

Ricordiamo ancora quella volta in cui un partecipante a una nostra attività facilitata ha voluto portare la stessa tecnica nel suo gruppo. Ci ha richiamati in preda al panico dopo aver acceso un conflitto all’interno del team per aver proposto l’uso di post‑it e cartelloni.

“Non siamo bambini.”

Questa è stata la risposta.

Approfondendo la situazione ci siamo resi conto che il gruppo viveva già da tempo delle tensioni: il conflitto era latente e la proposta di un’attività “un po’ diversa” ha semplicemente fatto emergere ciò che era già presente.

Chi si era proposto di facilitare, però, non si aspettava un conflitto e non ha saputo né gestirlo né arginarlo, convinto che la facilitazione fosse la soluzione a tutti i mali.

Ecco perché affermiamo che le tecniche rischiano di diventare un contenitore vuoto.

Quando accade:
  • le persone non si sentono davvero a proprio agio
  • il silenzio non diventa uno spazio generativo
  • un cambio di programma destabilizza invece di generare opportunità
  • cresce la sfiducia verso i processi partecipativi
  • aumenta la frustrazione

Alle tecniche, quindi, devono affiancarsi teoria ed esperienza con i gruppi di lavoro.


Maneggiare con cura l’umano

Facilitare significa maneggiare con cura l’umano.

  • Apertura: sospendere il giudizio e lasciare spazio alle idee senza filtri.
  • Ascolto profondo: cogliere ciò che viene detto, ma anche ciò che rimane implicito.
  • Postura: guidare senza invadere, orientare senza imporre, gestire il turno di parola e creare uno spazio inclusivo.
  • Conoscenza delle dinamiche di gruppo: ruoli, fasi evolutive e dinamiche devono essere conosciute e padroneggiate.

Tutto questo non si improvvisa.
Si studia e si sperimenta. A volte anche sbagliando.


La complessità come valore strategico

Se questa complessità non esistesse, non sarebbe necessaria la facilitazione.

Chi facilita lo sa bene: coinvolgere chi ha già un’attitudine a partecipare non è il vero obiettivo.

La magia accade quando chi fino a poco prima aveva scelto il silenzio decide di parlare. Spesso lo fa con una lucidità che sorprende il gruppo stesso.

In quel momento la facilitazione diventa strategica: il processo prende forma e il gruppo è invitato a fidarsi e affidarsi ad esso.

L’intelligenza collettiva inizia ad attivarsi e a muoversi in una direzione nuova. Il gruppo prende consapevolezza delle proprie potenzialità. Le persone iniziano a sentirsi a proprio agio e anche i conflitti, quando emergono, diventano gestibili.

Diventano occasioni di crescita.


Improvvisare sul preparato

Ci piace citare una frase di un caro collega: “Si improvvisa solo sul preparato.”

Ma si improvvisa, ed è inevitabile. Le scuole anglosassoni definirebbero tutto questo come emergent design.

Facilitare bene è complesso. Servono studio, pratica, allenamento, consapevolezza di sé e delle proprie competenze. Servono intelligenza emotiva e capacità di parlare in pubblico.

Ma l’attività facilitata va oltre tutto questo. Bisogna ascoltare il gruppo e avere la capacità di rinunciare a ciò che si era preparato per accogliere un bisogno nuovo.

Una collega usa questa metafora per spiegare cosa sia la facilitazione: non la risposta a un bisogno, ma il processo che fa emergere il vero bisogno. Non la soluzione, ma il processo che fa emergere la soluzione. Non la risposta, ma la domanda giusta.


Una leva per la trasformazione

Quando si inizia a facilitare accade una trasformazione: nelle persone e nelle organizzazioni.

Chi facilita, soprattutto se lavora con continuità nello stesso gruppo, vedrà emergere comportamenti nuovi. Non significa che diventi più facile.

Con il tempo cresce la consapevolezza. Le persone iniziano ad assumersi responsabilità e diventano esse stesse parte attiva della trasformazione.

Perché la trasformazione non avviene quando qualcuno impone una strada, ma quando le persone trovano la propria, insieme.


Da dove partire per facilitare?

Da se stessi.

Dalla propria voglia di conoscere, di conoscersi e di migliorarsi.
A queste competenze devono affiancarsi tecniche efficaci: da sole non bastano, ma possono fare la differenza perché danno metodo e direzione.

Ad ogni facilitazione bisogna portare a casa qualcosa. Prima di tutto per se stessi.
Non è mica facile.
Ma sarà certamente facilitabile.

In fondo, ogni trasformazione nasce da una buona conversazione. Per questo, nei percorsi che accompagniamo come Marketing Toys, la facilitazione non è mai solo una tecnica: è il terreno fertile su cui possono emergere visioni, decisioni e direzioni nuove.