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L'economia della felicità
Vi siete mai chiesti quello che vi piace fare?
Vi siete mai chiesti quello che vi piace fare? La mattina, quando vi alzate e svogliatamente andate a lavoro. E la sera, quando dopo una giornata apparentemente inutile fatta di cose, obblighi — e verità — ve ne andate a letto. E questo per tutti i giorni, tutti i santi giorni della vostra vita. Fino a quando, sarete ormai vecchi e forse un po' infermi e ripenserete al tempo che è passato troppo velocemente.

Nessuno si ferma a farsi certe domande. Uno perché farsi domande richiede coraggio. Coraggio nel farsele, coraggio nell'accettare le risposte, coraggio nell'accettare l'irrequietezza di aver messo in dubbio la propria esistenza.

Quindi no, certe domande sono scomode. Due farsi domande richiede tempo, richiede uno spazio mentale e fisico nel quale muoversi indisturbati: distesi al letto la sera in silenzio, passeggiando da soli all'alba, stare in silenzio in chiesa.

Però sembra che ormai non ci sia tempo per fare più niente. Perché nell'era dell'economia iperconnessa e digitale il mondo corre troppo in fretta e nonostante la tecnologia abbia sempre più migliorato la nostra vita, semplificando procedure, processi e modalità di fruizione di servizi e prodotti, non riusciamo ad avere più tempo fare niente. Tanto meno avere tempo per il non fare.

Quindi lavoriamo. Lavoriamo per aziende che producono e vendono prodotti. Che altre persone compreranno. Perché forse ne hanno bisogno. O forse perché queste aziende sono state più brave di altre a raccontare le storie dei loro prodotti. O perché queste aziende sono state più brave a gridare le storie dei loro prodotti. Chi ha più soldi grida di più. Questo non è un punto di vista. Nike grida di più della piccola Azienda di Forlì che produce scarpe in pelle fatte a mano in Italia, da energie rinnovabili a basso impatto sull'ambiente.

Chi ha soldi vince. Ma noi tifiamo per i perdenti. Per quelli che non vincono, non potranno mai vincere, non vogliono vincere. E mi collego al mio precedente post, sulla felicità (link), perché come dice Alessandro, facciamo ridondare i concetti, forse prima o poi li metabolizzeremo.

Quindi esiste un'altra economia fatta di cose, persone, aziende che basano la loro esistenza non solo sul denaro, sul produrre ad ogni costo, sul consumare ad ogni costo, sulla ricchezza ad ogni costo. Esiste un'economia della felicità.

Che ce ne rendiamo conto o meno, ci sono persone ed organizzazioni che fanno cose che non hanno niente a che fare con la razionalità dell'economia. Fanno cose belle perché è meglio che farle brutte. Fanno cose che non umiliano i lavoratori. Fanno cose che non massacrano i territori. Fanno cose che fanno stare bene loro e le persone che li circondano.

Un consumo consapevole, un'economia basata non solo su valore e prezzi, ma sull'impatto positivo che questi prodotti hanno sulle nostre vite, sui i lavoratori che li hanno prodotti, sui territori nei quali l'aziende insistono.

Questa è un'altra economia. Un'economia inevitabilmente basata su altri valori. Dove l'individuo razionale è scoppiato a piangere perché non ci capisce più niente. Perché A non porta a B. A semplicemente non si muove. E forse un giorno consumerà. Un giorno donerà dei soldi on-line per un progetto di crowdfunding, un giorno venderà tutto e pedalerà per 10 mesi in Sud America.

L'economia tradizionale, il PIL, i mercati come li abbiamo conosciuti. Non funzionano più. Tutto sta collassando su stesso, come un castello di carte che resta in piedi — in parte — grazie a degli equilibri instabili, pronti a crollare da un momento all'altro.

Dopo Alessandro, vorrei ringraziare anche Laura e Giada, con le quali da qualche mese ci stiamo confrontando sulla felicità delle persone, sul misurare la ricchezza di un territorio tramite parametri non-economici: ciclabili, metri quadrati di verde, laghi, biblioteche, sentieri, ect.

Perché se si, dobbiamo ripensarci, ripensare i nostri modelli di vita, di consumo e di lavoro, questo sarà un processo complesso, faticoso, disperato ma inevitabile. E se si, dobbiamo farlo, facciamolo da quello che ci fa star bene, dal motivo per il quale ci alziamo la mattina con il sorriso, pensando di contribuire con qualsiasi nostra azione, piccola o grande che sia, a rendere questo mondo migliorare, a migliorare la nostra vita, la vita delle persone che ci circonda, la vita delle persone da qualche parte del mondo.

Che la felicità diventi una moda. La moda di contribuire a rendere un mondo più felice, per tutti.

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