Marketing Toys • Il nostro punto di vista, in gioco

Intrecciare il tempo: cosa può insegnarci l’Afro-futurismo sul futuro del design e dell’immaginazione

2025-07-11 19:28 BLOG MKTG TOYS VISION Futures Design TOOLS BOX
Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di guardare avanti. Di anticipare, scalare, innovare.
Il futuro è diventato quasi una parola d’ordine — il luogo delle promesse, dei dati predittivi, dei business plan a tre zeri.

Eppure, a forza di correre verso ciò che verrà, rischiamo di dimenticare che l’idea stessa di “futuro” non è neutra. Non è uguale per tutti.

Ci hanno insegnato che il tempo scorre in avanti, in una sola direzione. Il passato alle spalle, il presente da performare, il futuro da pianificare. Una linea retta, ordinata. Ma basta vivere un po’, inciampare in una memoria non raccontata, fermarsi davanti a un oggetto che custodisce storie taciute — e capisci che quella linea è una semplificazione.

Il tempo non è una freccia. È un intreccio.

L’ho capito qualche anno fa leggendo Octavia Butler. Poi ascoltando Sun Ra, guardando i costumi simbolici di Black Panther, inciampando in espressioni come “tempo speculativo”, “memoria diasporica”, “ritorno al futuro”. Ed è lì che ho scoperto che tutto questo aveva un nome: Afrofuturismo.
Un movimento artistico, filosofico, culturale. Ma soprattutto, un gesto.
Un modo di riappropriarsi del tempo e dell’immaginazione.
Una risposta potente a secoli di esclusione, di narrazione rubata, di visioni imposte.

L’Afrofuturismo parte dalle cicatrici della storia — schiavitù, colonialismo, esilio — per immaginare futuri alternativi, profondamente situati.
Futuri in cui i corpi neri, i saperi ancestrali, le spiritualità sommerse non sono più marginali, ma centrali.
Futuri dove la tecnologia incontra la cosmologia, dove la scienza danza con il mito, dove l’innovazione non è solo rottura, ma anche riparazione.
È un modo di pensare che non parte da zero, ma dai margini. Dai frammenti. Dalle crepe.
Che non cerca solo soluzioni, ma nuovi linguaggi, nuovi immaginari, nuovi mondi.

E allora viene da chiedersi: cosa succede se il passato non è solo un archivio, ma una fucina? Se alcune esperienze del presente sono già messaggi, piccole interferenze nel reale, che ci parlano di ciò che potrebbe essere?

E se il design, il marketing, l’innovazione smettessero di inseguire il futuro come una corsa in avanti — e cominciassero a progettarlo come un atto di ascolto, di memoria, di restituzione?

Nel nostro lavoro in Marketing Toys ci troviamo spesso a interrogarci su questi temi, anche quando non ce ne accorgiamo.

Lo facciamo ogni volta che proviamo a pensare fuori dagli schemi, ma dentro alla complessità.
Ogni volta che un brand ci chiede una strategia e noi rispondiamo con una domanda.
Ogni volta che immaginiamo nuovi strumenti per connettere visione e contesto, intuizione e impatto.
L’Afrofuturismo non è il nostro metodo, ma è un alleato culturale: ci ricorda che ogni progetto è figlio di una visione del mondo. E che non esiste trasformazione senza pluralità.

Forse il design del futuro non avrà solo a che fare con prodotti, servizi o storytelling, ma con il coraggio di restituire voce a chi è stato cancellato.

Con la capacità di riannodare ciò che è stato separato: radici e visione, corpo e macchina, tecnologia e spiritualità.

Con l’umiltà di riconoscere che non tutto va inventato: alcune cose vanno solo liberate.

E allora forse il futuro non è quello che dobbiamo ancora costruire.
Forse il futuro esiste già. Ma parla una lingua che abbiamo dimenticato.
E ci aspetta, paziente, dentro una storia che nessuno ha ancora avuto il coraggio di raccontare.