Perché il futuro del business ha bisogno degli artisti (seriamente)
Viviamo in un tempo in cui tutto sembra accelerare. Le tecnologie si moltiplicano, le metriche si raffinano, gli algoritmi ci dicono cosa vedere, cosa comprare, persino cosa pensare. E mentre il mondo si fa più complesso e interconnesso, la risposta di molte organizzazioni è paradossalmente sempre la stessa: più controllo, più efficienza, più previsioni.
Ma se la complessità non può essere semplificata, e l’incertezza non può essere eliminata, forse non dovremmo imparare a governarla con altri strumenti? Con altri occhi?
Nel manifesto “What if Artists Were Your Strategic Weapon in the Boardroom?”, Annalise Lewis e Laura Melissa Williams pongono una domanda che più che una provocazione è una proposta concreta: e se il prossimo ruolo chiave in azienda non fosse un analista, ma un artista?
Non l’artista decorativo, non quello da parete Instagrammabile. Ma l’artista che abita il margine, che percepisce le tensioni, che traduce intuizioni in visioni sistemiche. Un interprete del non detto, un sintonizzatore di possibilità.
Oggi, in piena era VUCA, non possiamo permetterci di ignorare questa prospettiva. Perché laddove la strategia si arena nella linearità dei fogli Excel, l’immaginazione apre scenari. Laddove il business pianifica nel breve, l’arte prova a sentire il lungo. E laddove tutto sembra già scritto, l’artista riscrive.
Nel nostro lavoro in Marketing Toys, ci troviamo spesso in questa soglia. Tra ciò che le organizzazioni sanno di sé, e ciò che non hanno ancora il coraggio di raccontarsi. Ed è lì che succede qualcosa di importante: quando si apre uno spazio per l’immaginazione strategica. Quando si smette di riempire canvas per iniziare a porre domande migliori. Quando non si cerca subito la risposta, ma si coltiva l’attesa.
Per questo il nostro approccio non è solo fatto di strumenti, ma di atmosfere. Di silenzi. Di metafore. Di pause in cui le idee possono sedimentare. Lo chiamiamo business design, ma spesso somiglia più a un laboratorio poetico che a una consulenza classica. Non per estetica, ma per metodo. Non per piacere, ma per necessità.
In fondo, la storia ci insegna che i grandi momenti di transizione sono stati accompagnati da immaginari forti. Il Rinascimento non è nato da un algoritmo, ma da un’alleanza tra scienza, filosofia, arte e mecenatismo. Leonardo da Vinci era un ingegnere, un biologo, un pittore, un osservatore del mondo. Non stava ai margini della strategia. Era la strategia.
Oggi, invece, l’artista viene visto come un elemento decorativo. Celebriamo la cultura, ma poi ci dimentichiamo di integrarla davvero nei processi decisionali. Eppure è proprio in un mondo che trema, che cambia, che chiede nuove fondamenta, che l’artista torna a essere necessario. Non per salvare, ma per complicare. Non per semplificare, ma per rendere fertile il dubbio.
Cosa succederebbe se esistesse davvero un Play Strategist-in-Residence nelle aziende? Se ci fosse un Narrative Systems Architect capace di rivelare i miti inconsci che abitano un’organizzazione? E se la pianificazione strategica includesse momenti di social dreaming, scenari poetici, storytelling trasformativo?
Forse, più che disegnare il futuro con un Gantt chart, potremmo iniziare a comporlo come una sinfonia. Con più strumenti. Più silenzi. Più armoniche inaspettate.
Non è solo una questione di metodo. È una questione di visione.
Perché le organizzazioni che oggi vogliono generare impatto, resilienza e bellezza devono prima di tutto diventare spazi dove l’immaginazione non è confinata a un’ora di brainstorming, ma è trattata come una vera e propria infrastruttura.
E allora sì, lasciamoli entrare questi artisti. Ma lasciamoli entrare sul serio. Non per decorare. Per dirigere.