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I benefici emotivi del flâneur: vagabondare oziosamente per la città (e nella vita)

Wikipedia ci ricorda intanto cosa è il flâneur: un termine francese, reso celebre dal poeta Charles Baudelaire, che indica l'uomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell'osservare il paesaggio.
Chi di noi non ha provato la piacevole sensazione di camminare per una grande città, lasciandosela inaspettatamente accadere senza troppi e serrati programmi di viaggio? Certo, è bellissimo programmare minuziosamente un viaggio, un progetto, un business: ma la storia recente ci ricorda che buona parte dei piani non servono più a molto e che è necessario allenare un'altra tipo di attitudine per vivere con leggerezza e semplicità gli imprevisti, aiutandoci a raddrizzare la rotta quando necessario.

Oggi più che mai è fondamentale tracciare una rotta di lungo periodo, di lunga distanza, conoscere dove è il nord e capire in quale direzione dobbiamo andare. Il resto lo fa la vita.

Il termine flâneur rispecchia molto questa attitudine: forse è proprio quello che dobbiamo imparare a fare per diventare degli abili sperimentatori, osservatori ed appassionarci al viaggio e non solo alle bandierine da piazzare, da raggiungere, da conquistare.
Il flâneur ha una lunga e onorata storia letteraria. I surrealisti sceglievano a caso un tram di Parigi, arrivavano al capolinea e poi camminavano. E pensa alla signora Dalloway a Londra, Leopold Bloom a Dublino o Holden Caulfield a New York. Ma ci sono prove scientifiche a favore di "infestazione da strada", come la chiamava Virginia Woolf? (Alison Gopnik)
La psicologa Alison Gopnik ha pubblicato recentemente un interessante articolo proprio su questo argomento, uscito su The Wall Street Journal.
Due nuovi studi condotti da Catherine Hartley della New York University e colleghi suggeriscono che il flâneur fa bene. In entrambi, hanno combinato abilmente i dati GPS con le valutazioni della felicità. Il primo studio è apparso sulla rivista Nature Neuroscience nel 2020. Oltre 100 persone a New York e Miami hanno accettato di condividere i dati GPS del proprio telefono per tre mesi e hanno regolarmente valutato il proprio umore su attraverso un applicazione. I ricercatori hanno analizzato i dati GPS con una misura chiamata “roaming entropy”, che cattura quanto siano nuove, varie e inaspettate le tue posizioni e le ha confrontate con le valutazioni dell'umore. Più entropia vagante prevedeva più benessere. Inoltre, quanto hai vagato in un dato giorno prevedeva quanto saresti stato felice in seguito, ma non viceversa. Quindi sembra che vagare renda felice, non solo che quando sei felice vaghi di più.

I ricercatori hanno anche analizzato i dati del censimento e hanno confermato ciò che i surrealisti sapevano: che il vagabondaggio portava le persone in diversi tipi di quartieri, ricchi o poveri, bianchi o neri o ispanici, ciò che i ricercatori chiamavano "variabilità esperienziale sociodemografica". Questa esperienza è uno dei piaceri della vita urbana, e da ulteriori analisi è stato dimostrato che il “vagabondaggio sociale” era ciò che realmente prediceva la felicità, al di là del semplice vagabondaggio fisico. Quanto hai vagato in un dato giorno prevedeva quanto saresti stato felice in seguito.
Sono stati fatti ulteriori studi, dai quali è emersa una strettissima correlazione tra il flâneur, il vagabondare oziosamente in una città ed il livello di felicità delle persone, anche tra le fasce più giovani della popolazione.
In un secondo esperimento, pubblicato sulla rivista Psychological Science, il dottor Hartley e colleghi hanno osservato come il vagabondaggio cambia con l'età. 

I ricercatori hanno ottenuto risultati GPS e valutazioni dell'umore per 63 persone dai 13 ai 27 anni per tre mesi. Hanno anche analizzato quante persone i partecipanti hanno chiamato o inviato messaggi di testo. Il vagabondaggio era associato alla felicità e alla connessione sociale in tutte le persone coinvolte. Ma il “roaming entropy”è aumentato dall'età di 13 anni fino al picco per i giovani di 18-20 anni e poi è diminuita man mano che i partecipanti sono cresciuti.

I risultati suggeriscono che la tarda adolescenza è il periodo di punta per vagare, ma dai 18 ai 20 anni e il perché è abbastanza evidente. È emerso infatti che tra gli adolescenti più giovani, l'entropia vagante era correlata all'assunzione di rischi in altre forme: dal bungee-jumping e l'arrampicata su roccia al provare droghe e alle risse. Nella vita contemporanea siamo notoriamente spaventati a lasciare che gli adolescenti corrano certi tipi di rischi, e sono gli stessi genitori a limitare l'esplorazione per gli adolescenti più giovani. Al contrario, i giovani tra i 18 e i 20 anni - emerge dallo studio - erano più liberi di seguire i loro istinti vagabondi e sperimentare.
Questi ed altri studi hanno dimostrando come l'esplorazione, la libertà di sperimentare, di muoversi liberamente nel mondo, la connessione sociale, l'assunzione di rischi, contribuiscono positivamente e fortemente - anche tra i giovani - alla formazione della personalità e al benessere mentale, nonché alla felicità.

Esplorare permette di conoscere meglio il mondo fisico e sociale nel quale viviamo e/o stiamo crescendo, ed anche se può essere rischioso per i più giovani, rappresenta un bene per l'individuo e per la società stessa.

Non ci resta che uscire di casa ed iniziare - nuovamente - a sperimentare, con l'augurio di perderci nel mondo, nelle sue strade, tra mille facce, colori ed esperienze.
Buona fortuna, Filippo
Society