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Musei, prove di futuro: tra spazi, tempi e creatività

A più di un anno dalla chiusura di centri artistici e culturali, l’industria dell’intrattenimento e dello spettacolo non ha ancora mosso un vero e proprio passo in avanti.

I musei e gli enti che se lo sono potuti permettere, si sono dati da fare con il digitale. Ma ovviamente, la crisi ha coinvolto e sconvolto tutti, e per qualcuno è stato necessario attuare un vero e proprio piano di rinnovamento.


Spazi, tempi e creatività

Il luogo di fruizione non è più uno spazio soltanto fisico ma ha ampliato i suoi confini, dislocandosi nello spazio virtuale, con conseguenze ambivalenti. Maratone in diretta che proseguono senza sosta notte e giorno si sono alternate a miriadi di novità nei supporti tecnologici. Tra eventi online, token per acquistare opere d’arte in digitale (cosa sono NFT), social network a go-go, video giochi e realtà aumentata, possiamo dire che l’innovazione ha contagiato anche il sistema culturale.

Ecco qualche esempio, tra quelli più noti:
  • Louvre per primo ha fatto la rivoluzione. Il nuovo portale del museo presenta con estrema semplicità un patrimonio di mezzo milione di opere d’arte fruibili stanza per stanza, sull’onda di Google Arts. E per recuperare economicamente, mira alla diversificazione dell’offerta. Oltre all’affitto degli spazi, crea infatti una boutique online e, attraverso una partnership con il marchio d’abbigliamento Uniqlo, punta tutto sul merchandising;
  • Uffizi fa invece il boom su Instagram, alla stessa maniera del Riksmuseum di Amsterdam e l’Hermitage di San Pietroburgo. E organizza mini incontri d’arte gratuiti su Google Meet per gli studenti di scuole primarie e secondarie;
  • Va citato anche il caso dei Musei di Assisi, che hanno aumentato significativamente il loro numero di visite dal 2019 al 2020, passando all’online, grazie a una strategia di gamification (Humbria in Gioco).

Nel resto d’Italia però, ad oggi, il 76% dei musei italiani fatica ancora a costruire un piano strategico basato sulla tecnologia.

Eppure blockchain, reti virtuali e intelligenza artificiale assicurano un controllo maggiore e una fruizione senza limiti di età, diversità, accessibilità, diseguaglianze sociali. Ma l’utente riesce a godere della stessa esperienza di valore offerta dalla fruizione fisica? In molti dicono che i musei, i cinema e i teatri devono stare aperti, a prescindere, poiché sicuri.

La strada da percorrere è effettivamente lunga, ma dobbiamo continuare a farci ispirare da chi guarda oltre.

Una cultura del futuro

Nel mondo dello spettacolo si è passati all’on demand. Come per il cinema, c’è chi l’ha fatto nell’ambito del teatro, chi per la danza e per i concerti, i festival. La tendenza già in voga da qualche anno, anche in questo caso è debita.

Si chiacchiera sulla possibilità per Netflix Sky di integrare sulle loro piattaforme una sezione dedicata allo spettacolo live. Come è successo per i festival, trasmessi dalle tv locali o sulla piattaforma Mymovies. E mentre si discute con le tv generaliste di creare uno streaming ufficiale di contenuti culturali (ItsArt) dall’altra parte, qualcosa esiste già.

Audiovisiva, ad esempio, è una piattaforma che racconta arte, architettura e design italiano sia gratuitamente sia a pagamento.

Insomma, ripensare alla cultura significa utilizzare nuovi strumenti, ma anche crearne di nuovi, rivoluzionandone i contenuti. Importante che non si perda in valore, dei luoghi, degli attori, degli operatori, del messaggio artistico.

Lo stesso lavoro culturale va ripensato. Le sinergie percepite tra tecnologia, arte, scienza, innovazione erano già il trend del futuro. Dunque continuano le iniziative per richiamare interesse sulla rigenerazione urbana e la costituzione delle «città smart», dove l’accento va sulle comunità, sull’inclusione, sulla partecipazione. Si intravedono nuove professioni, quali il Project manager di visite virtuali, lo storyteller museale, l’esperto dell’internet of things.

Perché per dare nuova vita alla cultura, è necessario ri-valorizzarla, partendo dal modo in cui ognuno di noi la concepisce, ne parla, e capire se siamo davvero pronti a “vivere di bellezza”.

La questione fin dall’inizio di tutto questo resta quindi aperta: davvero l’arte, la creatività, l’immaginazione sono da considerare «bisogni secondari» nella società della nuova era? Siamo disposti ad accettare di nuovo che, nel caso di un’altra inaspettata emergenza, le decisioni saranno prese con i medesimi criteri di valutazione?
A voi le riflessioni, vi lasciamo con qualche approfondimento su Artribune: https://bit.ly/3g2UyuR
Sara 🌺
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